GIORGIO GALLI -LA DEMOCRAZIA E IL PENSIERO MILITARE -LEG 2008
Non c’e dubbio-come esplicitamente sostiene il politologo milanese Galli-che nel contesto europeo non vi sia alcun rischio attualmente di svolte autoritarie patrocinate dal potere militare.Tuttavia lo svuotamento politico delle democrazie rappresentative potrebbe contribuire a dare spazio alle élite militari nell’influenzare in modo determinante la politica estera ed interna delle nazioni europee.Sotto il profilo squisitamente storico il potere militare-nel novecento ed in particolar modo durante la cold war-ha contribuito ad attuare svolte ora reazionarie ora nazionalcomuniste.Si pensi al gen.Spinola o al maggiore Osorio nel Portogallo degli anni settanta,alla Grecia dei colonelli nel 1967,alla Cuba di Castro,al generale tunisino Ben Ali portato al potere grazie al Sismi-come d’altra parte il colonello Gheddafi- nel 1987 senza naturalmente omettere di ricordare la spagna franchista o il movimento tenentista di Vargas nel 1934 di matrice politica opposta a quella franchista. Ebbene al di la’ delle considerazioni- politicamente di parte -di Galli relative alla netta discontinuita’ tra il regime leninista e quello stalinista e alla legittimita’ delle tesi complottiste di Chiesa,Fo,Blondel sull’11 settembre,le parti piu’ stimolanti del volume sono indubbiamente quelle nelle quali l’autore sottolinea l’originalita’ del contributo di Mini sulla necessita’ di attrezzarsi rapidamente-da parte dei paesi europei e da parte statunitense- per la guerra asimmetrica,nelle quali il politologo milanese individua nell’opera del colonello Tommaso Argiolas -La guerriglia-Storia e dottrina- un contributo significativo sulla particolarita’ della guerriglia che” non puo’ piu’ essere considerata una forma minore di guerra ma deve essere collocata accanto alle grandi operazioni corazzate e nucleari”.Inoltre le ampie citazioni tratte dagli scritti del gen.Jean-relative alla necessita’ di “smettere di consideare la pace come una specie di diritto acquisito(..),di smettere di vantarsi(..) di essere una nazione disarmata e considerare le forze armate come strumento di guerra anziche’ come mezzi indispensabili per qualsiasi pace possibile”contribuiscono ad offrire al lettore un quadro teorico di piu’ ampio respiro.Ad ogni modo,il cap.VIII della Parte Seconda costituisce l’apporto piu’ originale del politologo Galli sotto il profilo storico-strategico.La consapevolezza della assoluta originalita’ della guerra rivoluzionaria rispetto alle tipologie di guerra tradizionali ,fu espressa in tutta la sua ampiezza da Girardet negli anni sessanta due anni dopo l’insurrezione algerina(maggio 1958) in un discorso all’Accademia francese nel quale sottolineava come la guerra rivoluzionaria avesse superato le frontiere tradizionali della specializzazione militare e poneva l’enfasi sulla influenza strategica determinante svolta dalla esperienza vietminh e indocinese nel riorientare profondamente la dottrina militare francese.La centralita’ della dimensione psicologica,l’organizzazione di gerarchie parallele-attuate poi da Trinquier-,la necessita’ di trasformare la neutralita’ del soldato classico in soldato militante in grado di agire psicologicamente sulle masse diventaranno le nuove modalita’ strategiche dell’esercito francese in Algeria e troveranno in Godard,Larechoy,Bigeard e nei trentacinquemila para’ francesi gli strumenti piu’ efficaci per dare concretezza alle nuove scelte politico-militari.L’impostazione ideologica di cui si faranno-nella maggior parte dei casi- interpreti sara’ quella-per usare le parole di Lentin (p.123)-colonial socialista cioe’ una sintesi fra” l’esigenza di un rinnovamento nazionale,il ripristino della grandeur francese e l’intenzione di socialita’ paternalistica”che trovera’ modo di prendere forma concreta nel movimento del 13 maggio ad Algeri.Sebbene siano passati piu’ di quarant’anni da quella esperienza,tuttavia -conclude Galli nel cap.XIV della Parte terza-come gia’ al tempo dei colonelli della guerra rivoluzionaria il pensiero militare contemporaneo non potra’ che scegliere sulm piano politico o il liberismo o “ soluzioni che comportino un principio di programmazione”.
Gagliano Giuseppe
ENRICO CERNUSCHI,CONTRO AMICI E NEMICI,IUCULANO EDITORE,2007
L’autore,uno dei massimi studiosi italiani di storia navale,delinea in questo saggio il ruolo della marina italiana durante gli anni piu’ problematici della cold war.A conclusione della seconda guerra mondiale ,la zona operativa dell’Adriatico rappresentava uno degli snodi marittimi piu’ complessi a causa di Tito e l’appoggio della Royal Navy -in un primo momento e quello americano a partire dagli anni cinquanta -contribuirono da un lato a ridimensionare il legame di Tito con l’Urss e dall’altro lato a indurre la marina italiana a rafforzare il proprio dispositivo con la realizzazione della MC 490 che tuttavia non fu in grado di sopperire ai limiti strategici della politica navale italiana.Solo a partire dagli anni sessanta, gli americani-obtorto collo- riconobbero la rilevanza del teatro adriatico assegnando al nostro paese una brigata di marines in grado di dispiegarsi rapidamente e inducendo lo stato maggiore della marina a rendere operativo il Battaglione San Marco attraverso esercitazioni anfibie.Anche lo scenario albanese-dominato dal dittatore Hoxha-rappresento’ per la marina italiana un potenziale pericolo a causa,in primo luogo, della realizzazione di una base di sommergibili della classe “Whisky”nell’isola di Saseno possibile solo grazie alla collaborazione sovietica e,in secondo luogo,della fornitura da parte della Cina – a partire dal 1965- delle P4 e di 32 aliscafi motosiluranti.Ad ogni modo,la dislocazione nel Mediterraneo di battelli russi convenzionali ed, in particolare la realizzazione dei missili antinave KENNEL/AS-1,rappresentarono un pericolo di tale portata da indurre la NATO a rivedere le proprie scelte in materia strategica rafforzando di conseguenza in modo considerevole il proprio dispositivo marittimo e contribuendo ad ampliare il ruolo della marina italiana che tuttavia non fu in grado di compredere la necessita’ di dotarsi di una aliquota adeguata di corvette e fregate a causa della politica militare acquisciente dello stato maggiore e della scelta dei vari esecutivi di privilegiare la modernizzazione delle altre forze armate.
Un esito fallimentare analogo-che ebbe tuttavia ripercussioni di maggiore rilevanza-fu rappresentato dalla mancata attuazione di una politica militare nucleare italiana autonoma da quella americana.Nonostante la realizzazione avveneristica del CAMEN voluta dalla marina italiana e il programma NATO MLF che tuttavia non trovo’ mai concreta realizzazione- il diktat americano-e in particolare l’opposizione “bipartisan del Senato e del Congresso americano”(p.45)-,i veti incrociati dei francesi e degli inglesi contribuirono a far tramontare in primo luogo la legittima ambizione italiana,in secondo luogo a far tramontare l’aspirazione a costruire un battello nucleare -denominato MARCONI e che avrebbe dovuto essere realizzato dai CRDA di Monfalcone e di cui l’ammiraglio Cocchia si fece autorevole interprete e ,in terzo luogo,contribuirono a far naufragare il progetto di una nave rifornitrice nucleare denominata FERMI annnuciato nel 1966 e definitivamente abbandonato nel 1971.Solo tra il 1968 e il 1975, grazie al profondo cambiamento impresso da De Gaulle alla politica estera e alla politica militare,fu possibile per l’Italia superare l’opposizione americana e portare a buon fine da un lato la vendita da parte della Francia all’Enel di mille chilogrammi di uranio arrichito per alimentare la centrale di Montalto di Castro e dall’altro lato consenti’ al nostro paese di siglare nel 1974 l’accordo TRICASTIN.Anche la realizzazione negli anni sessanta del VAK 191 B-caccia leggero a decollo verticale-possibile grazie alla collaborazione tra Italia e Germania- rappresento’ un successo -seppure di modeste dimensioni-,successo che tuttavia fu oscurato sia dalle scelte dell’esecutivo di rafforzare esercito e carabinieri per reprimere efficacemente I focolai di guerriglia urbana presenti nel nostro paese sia dalle decisioni del Ministro Tremelloni -nella seconda meta’ del 1966-”di tagliare I fondi per le nuove costruzioni silurando sia le quattro nuove corvette sia I due sommergibili”(p.76-77).Se gli accordi di Osimo del 1 ottobre 1975 posero fine alla conflittualita’ permanente tra Jugoslavia e Italia consentendo alla marina di “allegerire I propri compiti”nello scacchiere adriatico,la realizzazione sovietica dei missili SS-N-2 STYX e il loro uso nel 1967 contro il cacciatorpediniere israeliano ELIATH,indussero gli stati maggiori NATO e USA a rivedere le loro scelte strategiche e la marina italiana ,in particolare, ad attuare una innovativa scelta tattica denominata tattletale supportata dalla stesura del Libro Bianco -vero e proprio documento strategico di ampio respiro-e alla approvazione della Legge Navale 1975 nonostante proprio negli settanta il direttorio economico franco-tesco avesse emargito il nostro paese.Solo le pressioni americane e l’installazione dei CRUISE a Sigonella consentiranno all’Italia di riprendere quota nello scenario internazionale. Solo se il nostro paese sara’ in grado di applicare nel contesto specifico della politica estera e della politica militare l’approccio metodologico del realismo politico -sapendo valorizzare di conseguenza il ruolo operativo della marina-riuscira’ a competere autorevolmente nell’ambito internazionale.
Gagliano Giuseppe
OPERAZIONI SPECIALI AL TEMPO DELLA CAVALLERIA 1100-1550,di YUVAL NOAH HARARI,LEG 2008
In questo saggio storico,l’autore-docente di Storia alla Hebrew University di Gerusalemme-illustra alcune delle piu’ celebri e documentate storiograficamente operazioni speciali svoltesi tra il 1100 e il 1550.Prima di addentrarsi nella disamina specifica dei casi storici,l’autore nella prima parte ritene opportuno -sotto il profilo metodologico- definire chiaramente il significato di un operazione speciale terrestre e indicare gli obiettivi di una special operation.In primo luogo,l’operazione speciale si attua in un contesto spazio-temporale circoscritto attraverso l’ausilio di unita’ di élite in grado di determinare su breve periodo effetti strategici e politici di rilevante portata servendosi di un modus operandi non convenzionale.In secondo luogo,le operazioni speciali devono prendere di mira-di volta in volta-le infrastrutture(le citta’ fortificate e i castelli) -attraverso l’inganno e il tradimento-la cui conquista poteva spesso determinare rilevanti vantaggi sotto il profilo materiale e simbolico,la loro distruzione soprattutto se avevano un significato strategico rilevante(i ponti,le strutture produttive,i depositi di polvere pirica),gli uomini(leaders politici e militari)-attraverso l’assassinio o il sequestro- la cui eliminazione poteva contribuire a determinare la fine di un impero e infine i simboli come per esempio le reliquie. Nella seconda parte,lo storico israeliano con dovizia di particolari e con un dominio assoluto delle fonti illustra alcuni casi storici che ben si prestano a confermare l’esistenza e la rilevanza insieme delle operazioni speciali.A titolo esemplificativo,pensiamo al ruolo determinante che svolsero la strategia della terra bruciata attuata da Montmorency-comandante francese-, la guerriglia dei contadini provenzali e soprattutto l’audace impresa dell’ufficiale di fanteria Blaise de Monluc -che con l’ausilio di centoventi uomini fu in grado di distruggere il mulino di Auriol strumento nevralgico per l’approvvigionamento dell’esercito francese-nel contrastare l’avanzata di Carlo V nel 1536.Un secondo esempio-altrettanto illuminante- fu l’assassinio di Corrado di Monferrato- appartenente ad una delle famiglie piu’ influenti dell’Italia settentrionale -che nel 1187 giunse a Gerusalemme-nel contesto delle crociate-con lo scopo di sconfiggere Saladino. L’eliminazione di Corrado-avvenuta nel 1192-fu opera della setta dei Nizariti- nota anche come Ordine degli Assassini-,setta radicale radicatasi nella Persia settentrionale alla fine dell’undicesimo secolo che ebbe in Hassan i-Sabah il suo leader carismatico il cui approccio militare si costrui’ all’insegna dell’impiego sistematico delle operazioni speciali l’efficienza delle quali dipendeva da un addestramento specifico rivolto ora a persone mature ora a ragazzini,dalla motivazione ideologica che spingeva fino al fanatismo,dalla pazienza con la quale controllavano le proprie vittime-per mesi o anni-,dalla abilita’ ad infiltrarsi e a travestirsi, ad imparare lingue e usanze del nemico e dalla flessibilita’ operativa -potevano infatti di volta in volta svolgere il ruolo dei missionari o dei sicari-che rendeva il loro modus operandi articolato e imprevedibile.
GAGLIANO GIUSEPPE
BADENKAMPE di HANNS SCHNEIDER-BOSGARD,LEG 2003
Scritto dal corrispondente bellico delle SS e pubblicato tra il 1944 e il 1945 ,questo saggio costituisce un vero e proprio handbook di controguerriglia operativa sorto per attuare efficaci contromisure nella zona operativa del Litorale-Adriatico.Benche’ diviso in otto capitoli-all’interno dei quali trovano ampio spazio le riflessioni di Seitz sul ruolo degli ustacia nel contesto croato,le analisi comparative di Rosner sul nazismo e sul fascismo e l’approccio geopolitico di Glauen sulla penisola istriana-la parte centrale del saggio e’ dedicata alla individuazione delle linee di forza che caratterizzano la guerra per bande e alle necessarie contromisure. L’autore- consapevole che numerose sono le caratteristiche che accomunano la guerra per bande sia in Europa che nei continenti extraeuropei -e’ altresi’ persuaso che il contesto operativo possa l’analista a introdurre delle varianti che certo non inficiano il quadro teorico di riferimento. Partendo da un assunto clauswetziano,l’autore sottolinea come la guerra per bande sia una vera e propria guerra assoluta che infrange ogni norma del diritto bellico e di cui i bolscevichi sono stati-insieme agli inglesi-interpreti di indubbio valore.La sua diffusione capillare a livello geografico prova che la guerra per bande non ha confini nonostante le diversita’ geopolitiche. L’assenza di attriti e’ certamente un’altra caratteristica di rilievo tanto quanto l’esigenza di distruggere i beni del nemico. Lo smantellamento dei mezzzi di trasporto del nemico e delle vie di comunicazione sono evidentemente due obiettivi ineludibili nella strategia della guerra per bande tanto quanto l’efficacia che determina l’effetto sorpresa cagionando nel nemico sconcerto e disorganizzazione. La mimetizzazione all’interno del contesto della societa’ civile contribuisce in modo evidente al successo della guerra per bande,mimetizzazione che consente la realizzazione di una servizio di intelligence. Proprio per questa ragione la repressione congiunta al controllo capillare della popolazione diventano strumenti efficaci di contromisura e devono consentire di “snidare e neutralizzare gli incaricati locali”della intelligence. Affinche’ la mimetizzazione abbia efficacia, la mobilita’ permanente sia degli uomini che dei depositi deve attuarsi costantemente. A tale scopo,diventa necessario creare le condizioni per una continua fibrillazione del nemico attraverso un incremento delle azioni di sabotaggio e di attacco diretto.Operativamente la formazione di controbande o Jagdkommandos - affiancate da truppe regolari-composte da piccole unita’ sono uno strumento di indubbia efficacia.Naturalmenmte accanto all’azione repressiva diventa indispensabile sia una azione di intelligence sia una accurata guerra psicologica dalla doppia valenza(occulta e /o tramite una adeguata politica culturale) allo scopo di riconquistare gli animi e i cuori della popolazione,dividendo e disgregando nel contempo il nemico. Perche’ tutto cio’ sia portato a compimento una leadership carismatica diviene necessaria ,una leadership che sia in grado di indurre i propri uomini al sacrificio estremo inseguendo il nemico a tempo indeterminato senza lasciare traccia,eliminando le spie,attuando blocchi stradali,addestrando il partigiano alla prontezza operativa costante,costruendo fortificazioni campali,muovendosi in quel segmento temporale che va dal crepuscolo all’alba,sequestrando armi e munizioni al nemico,tagliando le comunicazioni telefoniche, prediligendo il sabotaggio alla distruzione completa(“svitando i binari,piazzando mine sotto i binari,facendo saltare i serbatoi idrici,provocando smottamenti,servendosi di pistole-mitragliatrici e bombe molotov”).Complessivamente l’autore dimostra di avere una conoscenza estremamente approfondita sia della guerriglia che della controguerriglia ,una conoscenza che-al di la’ delle ammissioni implicite-si costruisce su una attenta valutazione della strategia bolscevica e di quella anglosassone la cui efficacia e’ riconosciuta -obtorto collo- dallo stesso autore.
Gagliano Giuseppe